L’America deve fare senza strafare

All’accademia militare di West Point, luogo simbolo della potenza militare americana, Barack Obama si è avventurato nella complicata impresa di imprimere una forma coerente all’informe politica estera della sua Amministrazione, stretta fra le ragioni pragmatiche della leadership dal sedile posteriore e le turbolenze di un mondo che tende a riempire i vuoti lasciati dal ripiegamento americano con alternative poco desiderabili nell’ottica della promozione degli ideali dell’America.
21 AGO 20
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All’accademia militare di West Point, luogo simbolo della potenza militare americana, Barack Obama si è avventurato nella complicata impresa di imprimere una forma coerente all’informe politica estera della sua Amministrazione, stretta fra le ragioni pragmatiche della leadership dal sedile posteriore e le turbolenze di un mondo che tende a riempire i vuoti lasciati dal ripiegamento americano con alternative poco desiderabili nell’ottica della promozione degli ideali dell’America. “Interventismo, ma senza strafare” è il motto che gli spin doctor del presidente ripetono da giorni, e davanti ai cadetti appena laureati Obama ha camminato con circospezione su uno stretto crinale fatto di proposizioni avversative: “Credo nell’eccezionalismo americano con ogni fibra del mio essere”, ma allo stesso tempo “ciò che ci rende eccezionali non è la trasgressione delle norme internazionali”. “E’ certamente vero che nel Ventunesimo secolo l’isolazionismo americano non è un’opzione”, tuttavia “affermare che abbiamo un interesse nel perseguire pace e libertà oltre i nostri confini non significa che ogni problema ha una soluzione militare”. “L’America deve sempre guidare il mondo” e “l’esercito è e sarà sempre la spina dorsale della leadership”, eppure “il fatto che abbiamo il martello migliore non significa che tutti i problemi siano chiodi”. Con la consueta abilità retorica Obama ha dribblato le critiche degli interventisti senza invocare la ritirata dell’America, ma evocando, senza citarla, quella che Robert Kagan chiama la “normalità”, idea sottesa all’obamiano progetto del “nation building at home”.
[**Video_box_2**]Nell’accademia sul fiume Hudson George W. Bush nel 2002 aveva rottamato le dottrine della deterrenza e del contenimento, armi spuntate per fronteggiare un nemico liquido e transnazionale, ma più che la guerra contro al Qaida, sulla quale Obama ha legittimamente rivendicato impegno e risultati, innanzitutto lo scalpo di Bin Laden, era probabilmente la visione morale potentemente articolata da Bush in quella circostanza a richiedere una risposta a distanza: “La verità morale – aveva detto Bush – è la stessa in ogni cultura, in ogni tempo e in ogni luogo. Attaccare civili innocenti è sempre e ovunque sbagliato. Non ci può essere neutralità fra giustizia e crudeltà, fra l’innocente e il colpevole”. Difficile non pensare al massacro in Siria, dove nemmeno l’“oscenità morale” proclamata da Washington dopo gli attacchi chimici dell’esercito di Assad ha ispirato azioni altrettanto decise. Il discorso di West Point è stata l’occasione per un cambio di rotta in questo senso. Obama ha annunciato l’impegno a intensificare gli aiuti ai paesi che accolgono i rifugiati siriani – Giordania, Libano, Turchia e Iraq – e soprattutto ha promesso di “lavorare con il Congresso per sostenere quelli che all’interno dell’opposizione siriana offrono la migliore alternativa ai terroristi e a un dittatore brutale”. L’aiuto ai cosiddetti “ribelli moderati” è l’unica alternativa possibile, ha detto il presidente, perché “non esiste una soluzione militare che possa eliminare quelle terribili sofferenze”. Obama ha ribadito che inviare forze militari americane nel mezzo di quella guerra civile non è la decisione giusta, ma – ennesima avversativa – “questo non significa che non dobbiamo aiutare il popolo siriano a combattere un dittatore che bombarda e affama il suo popolo”.
La decisione è radicata in uno snodo della dottrina di politica estera che Obama ha messo in chiaro: l’America, dice, ha tutto il diritto di ricorrere all’uso della forza militare, se necessario anche in modo unilaterale, quando “i nostri interessi fondamentali lo richiedono, quando la nostra gente è minacciata, quando è in gioco la nostra vitalità o quando la sicurezza dei nostri alleati è in pericolo”. Ma quando “questioni preoccupanti a livello globale non pongono una minaccia diretta agli Stati Uniti, quando montano crisi che scuotono la nostra coscienza e spingono il mondo in una direzione pericolosa, allora la soglia per una nostra azione militare deve essere più alta”. Il massacro in Siria, l’annessione della Crimea e gli scontri nell’Ucraina orientale e le turbolenze dell’Egitto non superano la soglia dell’interesse americano minacciato in modo diretto. La Libia, dove pure è andata in scena un’azione a trazione politica europea, rimane l’eccezione alla regola messa in chiaro da Obama, con grande stupore degli interventisti che invocano un coinvolgimento diretto dell’America ogni volta che un conflitto assume le proporzioni di una tragedia umanitaria.
Il primo obiettivo del discorso di West Point, però, era esporre le basi di un impianto dottrinario – anche criticabile o debole, com’è inevitabile che sia – intorno al rapporto fra l’America e il mondo, con l’inevitabile corollario degli interventi militari, per contrastare l’immagine del presidente senza scrupoli che agisce esclusivamente in funzione di un amorale calcolo fra costi e benefici. Calcolo peraltro assai volubile, ché ora si applica e ora si disattende, in quello scenario è sostenibile mentre altrove è meglio non mettere le mani. “Interventismo ma senza strafare” appare come un passo ragionevole per un’Amministrazione che per lunghi tratti ha sostanzialmente evitato di affrontare in modo organico la politica estera, tanto che la dottrina obamiana è diventata l’oggetto inafferrabile della divinazione collettiva degli osservatori politici. Nelle ultime settimane lo sguardo del presidente è tornato a spingersi oltre i confini nazionali. L’annuncio che 10 mila soldati rimarranno in Afghanistan dopo la fine del 2014 e l’aiuto all’opposizione in Siria sono i segni che nella fase discendente del suo governo Obama non può obliterare la politica estera. Per entrare nella storia non basta essere il presidente che ha chiuso le guerre in Iraq e in Afghanistan; occorre anche evitare di diventare il firmatario delle dimissioni dell’America dagli affari del mondo.